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Franco
Prayer Galletti |
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"Il bevitore"
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(Carrara, Massa, 1924)
Fin da ragazzo dimostra di possedere una spiccata predisposizione
per il disegno e da autodidatta inizia il suo rapporto con la
pittura nel 1947. Da allora, sia pure con numerosi e prolungati
intervalli dovuti a interessi diversi, continua a dedicare alla
pittura unattenzione costante, misurandosi da solo con
i problemi della vicenda artistica che quotidianamente viene
vissuta sia a Firenze che in Italia. Negli anni giovanili e
come molti altri colleghi coevi, Prayer ha guardato alla sperimentazione
di Paul Cézanne, sia nella sintesi fra luce e colore
sia nellanalisi del rapporto spazio/figura, per lasciarsi
sedurre, in seguito, dalle voci liriche e naturalistiche del
primo Novecento toscano, dove primeggia laristocratica
figura di Ardengo Soffici. Nelle composizioni di quegli
anni scrive Paolo Levi nel 1997 ci sembra di scorgere
una certa vena di malinconia. Sono scene di interni e paesaggi
che trasmettono una loro voluttuosa piacevolezza insieme a ondate
di rimpianto per un mondo perduto per sempre. Pur continuando
nel suo ostinato appartarsi dagli ambienti ufficiali dellarte,
partecipa nel 1968 al premio Ramazzotti (concorso nazionale
di pittura). Il tema è unico e su seicentoventi pittori
la sua opera entra nella rosa dei candidati al premio, ottenendone
la segnalazione. Continua la sua attività sempre in isolamento
per oltre venti anni, fino al momento in cui il critico Franco
Solmi sco- pre tutta la sua produzione, e nel 1988 gli dedica
una mostra a carattere antologico, spingendolo a presentarsi
a Firenze con una prima mostra personale nellaprile di
quellanno. Da questo momento Franco Prayer ottiene numerosi
riconoscimenti sia dal pubblico che dalla critica. Le opere
degli anni Ottanta rimangono nellambito della figurazione
decorativa e i suoi paesaggi ricordano quelli di Alberto Magnelli
prima che questultimo si avvicinasse allastrattismo.
Negli anni Novanta allestisce personali a Venezia, Torino, Milano,
Vicenza, Firenze. La sua maniera artistica è ormai attestata
sullutilizzo del segno nero come linea dombra
ritualistica così Paolo Levi (1997) per
spezzare le forme in più piani, per dare loro eguale
riconoscibilità ma, nel contempo, per ricordare a tutti
noi la via utopica
del secondo futurismo e del cubismo
sintetico. Nel marzo 2006 Franco Prayer ha proposto una
mostra antologica intitolata Prayer fields, quale
punto di arrivo della sua lunga carriera, presentata da Giuliano
Serafini che nelloccasione ha notato come ...i campi
a cui allude il titolo della mostra [siano] i color fields di
certa pittura minimalista americana degli anni Sessanta. E anche
se nel caso di Noland, Stella, Morris Louis e Kelly, quelle
estensioni cromatiche si trovavano a riempire rigorose e chiuse
geometrie primarie, credo che il riferimento alla pittura di
Franco Prayer sia attendibile per più di una ragione.
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