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Settimio, vorrei che Tivoli, fondata dagli Argivi, fosse la sede ultima dei miei giorni, il porto a me stanco di terre, mari e battaglie.
Se le Parche avverse me lo impediscono, possa allora raggiungere le dolci correnti del Galeso, dove pascolano greggi dai pregiati velli, e i campi dominati
dallo spartano Falanto.
Quell’angolo di terra più di ogni altro è ridente e produce miele buono non meno dell’Imetto e olive verdi che gareggiano con quelle del Venafro.
Qui la primavera è lunga e Giove offre tiepide stagioni e l’Aulon, amico del fertile Bacco, non è geloso delle viti Falerne.
Quei beati poggi con me ti invitano: là tu bagnerai di pianto le calde ceneri del poeta amico.

ORAZIO, Carmina, II, 6
gentilmente tradotto dal
Preside Altamura Prof. Alberto

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Terra dai profumi antichi

Secondo Dionigi di Alicarnasso diciotto generazioni prima della guerra di Troia, 1800-1700 a.C., popolazioni pelagiche provenienti dall'Arcadia lasciarono le impervie regioni del Peloponneso, attraversarono il "grande mare", l'Egeo e lo Jonio, e sbarcarono sulle coste di Puglia, nei pressi di Taranto. Questi erano guidati da Licaone, l'uomo lupo figlio del dio della guerra, che portava con se i due figli Enotrio e Peucezio. Prima di morire lo stesso Licaone assegnò a Peucezio il Salento, mentre Enotrio, ripreso il mare e raggiunte le rive del Tirreno si stanziò tra Lucania e Bruzio.I Pelasgi, provenienti dal mondo cretese-miceneo, vennero in contatto con le popolazioni autoctone di contadini e pastori che vivevano in villaggi di grotte o in comunità di capanne, adoravano il dio Sole con i menhir svettanti verso il cielo, seppellivano i morti nei complessi tombali a camera o nei dolmen di ascendenza megalitica o, più semplicemente, nei sepolcri a tumulo, le specchie. Questi popoli erano portatori di una nuova civiltà che includeva il vino. A questa prima invasione ne successero altre. I Micenei tra XIV e XIV sec. a.C. disseminarono di insediamenti le coste Pugliesi. I fratelli Japigio e Messapo, guidanti popolazioni provenienti probabilmente dall'altra sponda dell'Adriatico, si insediarono nelle attuali province di Brindisi, Lecce e Taranto ed entrambe le popolazioni derivate si dedicarono fra le altre alla coltura della vite e alla produzione del vino. La vite e l'ulivo entrarono di forza nelle colture agrarie della Magna Grecia. Splendidi vasi e monete conservati nei musei di Taranto, Bari e Ruvo recano riferimenti enoici e danno un'idea della diffusione della coltura del vino nelle colonie greche. Tra VII e III sec. a.C., il vino divenne un'importante fonte di ricchezza per le città greche dell'arcojonico. Con l'occupazione romana, la piccola proprietà contadina lasciò il posto alle grandi proprietà raccolte attorno a villae e pagi, amministrate come aziende agricole specializzate. Nel Salento dominavano gli ulivi, nelle zone meno fertili la vite.
Marone, Orazio, Marziale scrivono del vino di Puglia e delle feste dionisiache. Quelle piccole o campestri si celebravano tra dicembre e gennaio quando si travasava il vino e si offriva al dio Poseidon il sangue sacro, il primo assaggio del vino nuovo. Le grandi dionisiache o cittadine, erano celebrate sulle rive del Mar Piccolo e del fiume Galeso, su una collinetta in cui esistevano grotte e cavità usate per la conservazione del vino. Nel Medioevo non cessò in Puglia la produzione di vino. Il dominio bizantino, la presenza delle grandi abbazie basiliane, la ricostruzione della piccola proprietà contadina attorno ai villaggi rupestri favorirono la conservazione della viticoltura. I vineales, filari di viti, delimitavano i confini dei fondi rustici e diversi monasteri dell'area erano sede di impianti di vinificazione. Il vino pugliese, vinum album et rubrum merum, molto apprezzato sui mercati veniva esportato in Oriente, Libano e Siria con partenze dal porto di Brindisi e con il vino si salutava chi partiva e arrivava per mare. Il viaggio del vino prosegul dal Medioevo all'età moderna, nelle città, nei borghi e nei paesi cosl come nei piccoli villaggi arrivando ad oggi carico dei profumi del passato.

Fonte bibliografica:Dal "Merum" al Primitivo di Manduria. Iacovelli G., Tragni B., Gargano P., 1997

 
     
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